Il silenzio di un’ex filanda del primo Novecento è diverso da quello di un “marcione”. Nella filanda, il silenzio è solenne, quasi museale; tra i mattoni a vista e le enormi vetrate a ghigliottina, sembra di avvertire ancora il ritmo dei telai. Ma nel marcione — quel capannone di lamiere e cemento
precompresso che sorge come un dente guasto alla periferia della città — il silenzio non ha dignità. È un silenzio umido, interrotto solo dallo sgocciolio di un tetto sfondato o dal fruscio di un topo tra i resti di un motorino bruciato.Ultimamente, la mia borsa fotografica punta sempre più spesso verso questi giganti senza nome.
L’estetica del rifiuto
L’archeologia industriale "nobile" è facile da amare. Ha una storia, ha un archivio, ha bulloni che sembrano opere d’arte. Il marcione, invece, è un vuoto a perdere. È un edificio costruito per consumarsi rapidamente e morire ancora più in fretta. Quando entro in uno di questi gusci, l’aria sa di plastica bruciata e terra vecchia.
Mentre cammino tra le carcasse di scooter cannibalizzati, mi chiedo chi fossero le persone che lavoravano qui solo quindici o vent’anni fa. Non ci sono targhe di ottone o registri cartacei ingialliti. Spesso, non trovo nemmeno un’insegna. Sono luoghi che la città ha rimosso come un brutto ricordo, spazi che non hanno fatto in tempo a diventare "storia" prima di finire nella discarica del presente.
Il contrasto e la memoria
Metto a fuoco una vecchia poltrona da ufficio, sventrata, che galleggia in un mare di spazzatura e volantini pubblicitari scaduti da un decennio. È qui che la malinconia mi colpisce più forte.
Il passato: Vedo, in trasparenza, il viavai dei furgoni, le luci al neon che ronzavano sopra teste concentrate, l'odore del caffè della macchinetta durante la pausa. Era un centro sociale, un nucleo di vita e reddito.
Il presente: Uno scheletro abitato da chi non ha voce. In un angolo, un materasso sporco e un fornelletto da campo indicano che questo guscio è ancora, tecnicamente, una casa. Una casa senza memoria per persone senza casa.
La dignità dell'oblio
Perché fotografare un magazzino anonimo pieno di graffiti mediocri? Perché c'è una strana, brutale onestà in questi posti. Non cercano di essere belli. Non fingono di essere monumenti. Sono lo specchio di una società che corre così veloce da dimenticarsi di seppellire i propri scarti architettonici.
Scatto una foto a una fila di colonne in cemento, illuminate da una lama di luce che filtra da un pannello divelto. In quell'istante, il marcione sembra quasi una cattedrale. Una cattedrale dedicata al dimenticato, al rimosso, a tutto ciò che abbiamo usato e poi odiato perché non serviva più.
Riponendo la macchina fotografica, sento che la mia missione non è più solo documentare la bellezza del ferro battuto e del mattone rosso, ma dare un’ultima, silenziosa testimonianza a questi gusci vuoti. Prima che le ruspe arrivino a cancellare anche il dubbio che, un tempo, qui ci sia stata vita.

Nessun commento:
Posta un commento